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L’accompagnamento nel fine vita

La fase terminale della malattia ha profonde ripercussioni sull’equilibrio personale e familiare, che possono proseguire anche per diverso tempo dopo la morte del congiunto.

È importante considerare che ciascuno affronta l’ultima fase della vita in modo diverso: alcuni preferiscono allontanare gli altri, diventando bruschi e sgradevoli anche con chi si dedica loro con affetto e dedizione, mentre altri richiedono continue premure e compagnia. Tra questi due estremi si pongono coloro che alternano momenti di chiusura a momenti di richiesta di dialogo e di vicinanza. Qualunque sia la modalità di reazione del proprio congiunto, deve essere rispettata, per cui non ha senso imporre la propria presenza se desidera stare da solo e iniziare a separarsi, né lo ha impedire le visite di parenti e amici se, pur essendo molto debilitato, desidera averli accanto.

Nell’imminenza del trapasso, la reazione del caregiver può essere analoga a quella del proprio congiunto, passando da una fase iniziale di smarrimento e rifiuto al tentativo di reagire, preoccupandosi delle cose da fare o riorganizzare, nell’intento di proteggere il paziente e contemporaneamente placare il proprio senso di angoscia, impotenza e smarrimento. Spesso si sottovaluta come in questi momenti lo stare insieme possa fare la differenza per chi ci sta lasciando e per chi rimane. Riuscire a superare il timore e l’imbarazzo del silenzio, del non sapere che cosa dire, rappresenta, per malato e familiare, l’opportunità per sintonizzarsi su paure e stati d’animo che molte volte sono simili e che, diventano, così, condivisibili. Spesso, invece, si preferisce parlare di cose generiche, perdendo in tal modo un’occasione preziosa per salutarsi e trasmettersi un’eredità morale, esperienziale e spirituale, oppure si assumono atteggiamenti di eccessiva rigidità e apprensione che sono inutili e impediscono di condividere piccoli momenti di piacere. Si pensi al fatto di negare al malato un bicchiere di vino o una sigaretta perché ‘non gli fa bene’.

Ricevere il supporto di uno psicologo può aiutare il caregiver a riconoscere eventuali difficoltà determinate dalla situazione e a trovare le risorse per provare a superarle.

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Letto 4496 volte Ultima modifica il Lunedì, 27 Marzo 2017

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