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La chemioterapia per i linfomi non Hodgkin

La chemioterapia consiste nella somministrazione di particolari farmaci antitumorali che hanno l'effetto di inibire la crescita e la divisione delle cellule tumorali fino a provocarne la morte. Attraverso il circolo sanguigno, i farmaci possono raggiungere qualunque distretto corporeo. La chemioterapia si somministra nella maggior parte dei casi per iniezione in vena, ma anche per bocca; in taluni casi selezionati, può essere somministrata per via intratecale iniettando direttamente i farmaci nel fluido spinale.

È possibile somministrare un solo farmaco o più farmaci scelti tra una vasta gamma di prodotti disponibili. Di solito si somministrano più farmaci nel corso di una seduta o di alcuni giorni; poi segue una pausa di qualche settimana per dare modo all'organismo di smaltire gli eventuali effetti collaterali. Questo schema costituisce un ‘ciclo' di trattamento. Le sedute sono in genere ambulatoriali, ma talvolta potrebbe essere necessaria una breve degenza in ospedale. Il trattamento si protrae per diversi mesi, durante i quali si è sottoposti a controlli periodici.

Come si somministra la chemioterapia?

I chemioterapici più utilizzati per il trattamento dei linfomi non Hodgkin si somministrano più spesso per iniezione in vena. Ciò si può fare con una semplice flebo, inserendo un ago nel braccio, ma per evitare l'effetto fortemente irritante di alcune sostanze ai danni delle pareti vascolari che col tempo, potrebbe causare infiammazioni o la chiusura della vena, sono disponibili i seguenti dispositivi:

  • la linea centrale o catetere venoso centrale (CVC): cannula di plastica che s'inserisce in vena nel torace. Si applica in anestesia locale. Una volta inserita, è fissata al torace per mezzo di punti o con un cerotto per evitare che fuoriesca dalla vena. Si può utilizzare per somministrare i farmaci ed anche per prelevare campioni di sangue. Viene rimossa agevolmente alla fine del trattamento, se necessario praticando una leggera anestesia locale;
  • il catetere venoso centrale periferico (CVCP): dispositivo simile alla linea centrale, da cui si distingue perché è introdotto a livello della piega del gomito anziché nel torace. Si applica in anestesia locale. Può essere utilizzato per la terapia e per i prelievi di sangue. Viene rimosso agevolmente alla fine del trattamento;
  • il catetere venoso con porta impiantabile (port-a-cath): alcuni cateteri terminano in un piccolo dispositivo introdotto sotto la cute del torace, che prende il nome di porta impiantabile. Si applica in anestesia locale o generale. Come la linea centrale e il CVCP, può essere utilizzata per somministrare i farmaci e prelevare campioni di sangue. È rimossa agevolmente alla conclusione del trattamento, se necessario in anestesia locale.

In taluni casi selezionati, quando è stato accertato, tramite una  puntura lombare, che le cellule tumorali sono presenti nel fluido spinale, la chemioterapia può essere somministrata iniettando direttamente i farmaci nel fluido spinale fino alla completa eliminazione delle cellule tumorali. Questa modalità di somministrazione si definisce intratecale, e benché si possa eseguire ambulatorialmente, richiede spesso una breve degenza in ospedale. Nei casi a rischio, l'oncologo potrebbe preferire di somministrare i chemioterapici attraverso il fluido spinale anche in assenza di cellule tumorali allo scopo di prevenire lo sviluppo di altre cellule tumorali.

Effetti collaterali

Le reazioni alla chemioterapia variano da soggetto a soggetto, e se anche dovessero essere spiacevoli, di solito possono essere facilmente controllate con appositi farmaci. L'importante è non pretendere di fare tutto ciò che si svolgeva prima senza sforzo e prendersi il tempo necessario per far riposare il fisico. Si deve, tuttavia, tenere presente che le attuali modalità di somministrazione e i numerosi  trattamenti per prevenire gli effetti collaterali hanno reso la chemioterapia molto più tollerabile rispetto al passato.

Gli effetti collaterali dei farmaci più comunemente utilizzati nel trattamento del linfoma non Hodgkin sono i seguenti:

ridotta resistenza alle infezioni: i chemioterapici distruggono le cellule tumorali, ma al tempo stesso riducono temporaneamente il numero di linfociti e globuli bianchi. Di conseguenza, aumenta il rischio di contrarre infezioni. Se la temperatura sale oltre i 38° C o compare un improvviso malessere nonostante la temperatura sia normale, rivolgetevi immediatamente al medico o recatevi in ospedale. Prima di ogni seduta di chemioterapia si controlla, tramite un'analisi del sangue, il valore dei globuli bianchi: se sono ancora bassi, si somministrano farmaci che ne stimolano la crescita e, se necessario, si rimanda il trattamento;

anemia: se il livello dei globuli rossisi abbassa, si avvertono profonda stanchezza e talvolta anche mancanza di respiro. Sono questi i sintomi dell'anemia, che si possono risolvere con una terapia che stimola la crescita dei globuli rossi o anche con trasfusioni di sangue;

tendenza a sviluppare lividi o piccole emorragie: se il livello delle piastrine si abbassa, possono comparire lividi o piccole emorragie (sangue dal naso o dalle gengive, macchie cutanee) di cui ignorate la causa. È bene informare l'oncologo perché verifichi l'importanza dei sanguinamenti e, se necessario, prescriva delle trasfusioni di piastrine;

nausea e vomito: si possono prevenire o ridurre considerevolmente con la somministrazione di antiemetici;

stanchezza: tende ad accentuarsi nel corso del trattamento, e se le dosi somministrate sono state massicce, potrebbe protrarsi per diversi mesi anche dopo la conclusione delle terapie. Cercate di ridurre le attività al minimo indispensabile e chiedete aiuto ai familiari o amici. Trovare il giusto equilibrio tra i periodi di riposo e lo svolgimento delle attività è importante, in quanto l'organismo ha bisogno di riposare per recuperare dal trattamento. Una leggera attività fisica può essere molto utile. Gli oncologi parlano convenzionalmente di fatigue per descrivere il senso di stanchezza e spossatezza che il paziente avverte durante e dopo le terapie antitumorali;

ulcere del cavo orale: alcuni chemioterapici possono irritare la bocca e provocare la comparsa di piccole ulcere. Effettuare regolarmente degli sciacqui può aiutare a ridurre il fastidio. Se compare una candidiasi orale vera e propria (il cosiddetto mughetto), è necessario assumere farmaci antifungini per bocca per qualche giorno. Sono oggi disponibili numerosi prodotti a base di acido ialuronico, che riparano la mucosa e quindi possono essere utilizzati con beneficio;

caduta dei capelli: è un effetto collaterale psicologicamente molto difficile da accettare causato da alcuni chemioterapici, ma non da tutti. Di solito i capelli cominciano a ricrescere nell'arco di tre-sei mesi dalla conclusione del trattamento. Nell'attesa si può fare uso di parrucche, foulard o cappelli;

infertilità: è l'effetto permanente più comune causato da alcuni chemioterapici, ma non da tutti. Nell'uomo, pur rimanendo immutata la capacità di raggiungere l'orgasmo e l'eiaculazione, la produzione degli spermatozoi cessa. I pazienti più giovani possono depositare un campione di sperma presso una banca del seme. Nella donna, le mestruazioni diventano irregolari o si arrestano durante il trattamento e di solito si ripristinano alla sua conclusione. Tuttavia, nell'età vicina alla menopausa fisiologica, la sospensione del ciclo indotta dalla chemioterapia può essere definitiva. In tal caso il medico può prescrivere una terapia di sostituzione ormonale che ha il solo scopo di alleviare i disturbi legati alla menopausa (vampate, secchezza della cute e della vagina, diminuzione del desiderio sessuale), ma non ripristina la fertilità.

Altri effetti collaterali

Alcuni chemioterapici possono influire negativamente sull'attività cardiaca; altri possono aumentare il rischio di sviluppare un secondo tumore in futuro. Il rischio di effetti collaterali a lungo termine deve essere soppesato contro i benefici che può dare la chemioterapia con riferimento alla guarigione definitiva o alla possibilità di tenere la malattia sotto controllo per molto tempo.

Contraccezione e chemioterapia

Durante il trattamento è sconsigliabile iniziare una gravidanza, perché i chemioterapici agiscono a livello del DNA cellulare, e siccome nelle 48 ore successive alla seduta di terapia possono essere presenti nella secrezione vaginale eventuali tracce di farmaco, aumenta il rischio di malformazioni fetali. È, pertanto, consigliabile usare un metodo contraccettivo efficace per tutta la durata del trattamento e anche per alcuni mesi dopo la sua conclusione (circa 12 mesi per la chemioterapia ad alte dosi). La paura di un concepimento non deve in alcun modo indurre a rinunciare alla propria vita sessuale.

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Letto 67180 volte Ultima modifica il Lunedì, 24 Novembre 2014

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