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Le cure dopo la chirurgia

Dopo l’intervento si pone il problema di come prevenire un ritorno della malattia nella mammella operata (se è stata conservata) o nell’altra, o nel resto del corpo (soprattutto ossa, fegato e cervello). Nel primo caso si parla di recidiva locale, nel secondo di tumore controlaterale e nel terzo di metastasi.

Le terapie che mirano a ridurre il rischio di recidiva e di metastasi si definiscono adiuvanti perché aiutano ad accrescere la probabilità di guarigione, e includono sostanzialmente chemioterapia, ormonoterapia, terapie biologiche e radioterapia.

La ricerca ha dimostrato che ogni caso di tumore della mammella è diverso dall’altro. Ciò si deve alle cosiddette caratteristiche biologiche, fattori che si possono combinare fra loro in modo così eterogeneo da dar luogo a malattie diverse che, quindi, necessitano di cure diverse. Questa consapevolezza ha portato alla definizione dei criteri di San Gallo (Svizzera), che si basano sul confronto fra le caratteristiche del tumore della singola paziente e le cure al momento disponibili. In questo modo consentono di definire meglio il tipo di tumore da curare e di valutare con maggior precisione il rischio che la paziente corre.

Il trattamento individuato tiene  conto anche del desiderio e degli orientamenti della paziente, perché ogni donna ha una sua visione della vita.

La scelta del trattamento dopo l’intervento dipende dalla presenza o assenza sulla superficie delle cellule tumorali di uno o più recettori, sostanze che permettono il legame con l’ormone estrogeno o con l’ormone progesterone oppure l’HER2, recettore per un fattore di crescita. I tumori che esprimono i recettori ormonali sono detti ‘luminali’ (A e B in funzione della minore o maggiore aggressività). In tutti i tumori luminali, la terapia dopo l’intervento deve prevedere l’uso di farmaci che contrastino l’azione degli ormoni, generalmente in compresse da assumere giornalmente. Nel caso dei tumori luminali B, meno sensibili agli ormoni e più aggressivi rispetto ai luminali A, alla terapia antiormonale si devono aggiungere dei cicli di chemioterapia precauzionale nei primi mesi dopo l’intervento.

Se l’esame istologico dimostra che sulla superficie delle cellule tumorali è presente una proteina detta HER2, alle altre terapie è necessario aggiungere un anticorpo speciale dal nome complicato (trastuzumab) di scoperta relativamente recente, che viene somministrato in associazione alla chemioterapia e, a seguire, fino al completamento di un anno di trattamento in totale. Se oltre al recettore HER2 il tumore esprime anche i recettori per gli ormoni sessuali,   il trattamento comprenderà anche la terapia ormonale, da iniziare dopo la fine della chemioterapia, anche in associazione al trastuzumab.

Quando infine il tumore non presenta recettori ormonali, né per l’HER2, si classifica come triplo negativo e non essendo sensibile alla terapia ormonale né a quella a bersaglio molecolare (farmaci biologici), richiede l’uso della chemioterapia.

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Letto 24687 volte Ultima modifica il Giovedì, 28 Febbraio 2019

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