"Non so cosa dire" è un'affermazione che, durante la pluriennale esperienza a fianco delle persone che affrontano il tumore, spesso abbiamo accolto, certamente compreso e, talvolta, anche condiviso. Proprio la quotidiana attività di accoglienza, ascolto e supporto psicologico presso l'helpline di Aimac ci ha insegnato che ‘esserci' è la prima cosa, esserci quando l'altro domanda di noi in un momento critico e, spesso, doloroso.

Quando un nostro familiare o un amico si ammalano di tumore, il dolore, l'angoscia e lo smarrimento ci sopraffanno. La malattia di una persona cara, infatti, non ci suscita solamente preoccupazioni riguardo al suo e al nostro futuro, ma sollecita in noi anche meccanismi d'identificazione, attivando le nostre paure di ammalarci e morire.

Quando siamo in difficoltà è comune la sensazione di non sentirsi all'altezza, quindi siamo spinti a cercare dei suggerimenti su come comportarci e a tentare di superare lo smarrimento anche attraverso l'azione. Ciò che facciamo e diciamo, insieme a quello che non riusciamo a fare o dire, dichiara qualcosa di noi. Non si comunica, però, solo attraverso le parole, ma anche con il corpo e con i comportamenti, perciò, a volte, può verificarsi che, involontariamente, inviamo dei messaggi contraddittori. Ad esempio, le preoccupazioni per la salute del nostro caro potrebbero far irrigidire il nostro corpo e procurarci dei movimenti nervosi, il volto potrebbe assumere espressioni tese, potremmo tendere a evitare lo sguardo dell'interlocutore o ad allontanarci da lui proprio quando, invece, vorremmo esprimergli la nostra vicinanza. In tali circostanze potrebbe essere più spontaneo tentare di controllare la situazione parlando della malattia e delle terapie piuttosto che invitare il nostro caro a raccontarsi e a condividere con lui anche le nostre difficoltà. Le incombenze pratiche da adempiere potrebbero spingerci a pensare che il modo migliore per stargli vicino e dimostrargli concretamente l'affetto sia di prodigarsi in mille attività per essere d'aiuto. Il silenzio potrebbe risultare pesante e difficile da sopportare, allora potremmo essere tentati dal coprirlo con mille parole ‘vuote', dimenticando che, invece, anche il silenzio comunica e può significare rispetto, vicinanza emotiva e affetto. Allora è importante potersi fermare, prendere del tempo, ascoltare noi stessi e quello che stiamo sentendo, arrivando anche a riconoscere eventuali emozioni di rabbia, paura, sconforto e stanchezza. Essere sinceri con noi stessi ci consente di essere autentici anche col nostro interlocutore, aprendoci a un ascolto attivo nei suoi confronti. Ascoltare, non solo sentire, provare a metterci nei panni dell'altro, lasciarlo parlare e permettergli di dire quanto desidera comunicare in quel momento, saper tollerare i silenzi, evitare di esprimere giudizi o di dare interpretazioni e consigli non richiesti.

Poiché non esiste un ‘ricettario' sempre valido da poter seguire quando si sta vicini a una persona malata, dato che le situazioni, le persone e i rapporti sono unici, questo libretto vuole offrire solo delle indicazioni che potranno aiutarvi a saperne di più sulla comunicazione e su come esercitare un ascolto attivo, che presuppone già la risposta a uno dei bisogni primari del malato: la vostra presenza. È importante che ciascuno faccia propri i suggerimenti che sente utili per sé, senza sforzarsi di essere diverso da com'è, evitando di costringersi in un comportamento innaturale e, appunto, non autentico. Ci fa piacere riprendere le parole del Dott. Marcello Tamburini, un ‘maestro' dell'ascolto, della sincera curiosità e disposizione verso l'altro, del profondo rispetto per l'individualità e la dignità di ciascuno, e un amico di Aimac che purtroppo è venuto a mancare: "Alla fine della lettura del libretto e pensando al nostro caro dobbiamo chiederci: perché non andare a trovarlo? Non è tanto importante se troveremo qualche cosa da dire o da fare per lui, ma sicuramente il malato non sarà più solo".

Roberta Tancredi
Psicologa

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