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Ibritumomab (Zevalin®)

Introduzione

Che cos'è l'ibritumomab

Qual è il principio di azione

Che aspetto ha

Come si somministra

Potenziali effetti collaterali

Ulteriori informazioni

Letture consigliate


Introduzione

I Profili Farmacologici sono schede che danno informazioni sintetiche sui farmaci antitumorali, sul modo in cui essi si somministrano e sugli effetti collaterali cui possono dare adito. È consigliabile leggere questa scheda insieme al libretto La chemioterapia (La Collana del Girasole) - che fornisce informazioni più dettagliate e anche alcuni consigli sul modo in cui affrontare il trattamento – e, se disponibile, al libretto sulla patologia tumorale da cui siete affetti.

Lo scopo di queste informazioni è di prepararvi al colloquio con l’oncologo in modo da rivolgergli tutte le domande cui desiderate avere una risposta relativamente al trattamento e agli effetti collaterali: l’oncologo è, infatti, l’unico che possa aiutarvi e darvi i consigli giusti per il vostro caso. Egli vi terrà sotto rigorosa sorveglianza per l’intera durata del trattamento in modo che possa controllarne gli effetti.

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Che cos'è l'ibritumomab

L’ibritumomab tiuxetano (di seguito sinteticamente ibritumomab), comunemente noto con il nome commerciale di Zevalin®, è una sostanza che appartiene alla classe di farmaci antitumorali che prendono il nome di anticorpi monoclonali. Si differenzia, però, dagli altri anticorpi monoclonali perché è marcato radioattivamente: ciò significa che alla molecola del farmaco è stato associato un radioisotopo (sostanza chimica che cede energia sotto forma di radiazione), nel caso specifico ittrio 90 (90Y). Si utilizza per il trattamento del linfoma follicolare a cellule B, un tipo di linfoma non Hodgkin, che aggredisce in particolare i globuli bianchi chiamati “linfociti B” o “cellule B” (il linfoma è un tumore del sistema linfatico, la rete di ghiandole che aiuta il nostro organismo a combattere le infezioni).

L’ibritumomab si somministra in associazione con un altro anticorpo monoclonale, il rituximab.  Il trattamento richiede apparecchiature sofisticate e personale altamente specializzato e per tale motivo può essere somministrato in sicurezza soltanto in un numero limitato di strutture sanitarie.

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Qual è il principio di azione

Gli anticorpi monoclonali sono sostanze sintetiche, prodotte in laboratorio, in grado di distruggere alcuni tipi di cellule tumorali limitando al minimo il danno per le cellule sane. La loro funzione è quella di riconoscere determinate proteine (recettori) presenti sulla superficie di alcune cellule tumorali. Quando l’anticorpo monoclonale riconosce la presenza del recettore sulla superficie della cellula tumorale, vi si aggancia (come una chiave che s’inserisce nella serratura: ogni chiave può infilarsi in una sola serratura).

In questo modo stimola il sistema immunitario dell’organismo ad aggredire le cellule neoplastiche e può anche indurre queste ultime ad autodistruggersi, oppure blocca il recettore impedendogli di legarsi a una proteina diversa che stimola la crescita delle cellule neoplastiche. Di conseguenza, non solo le cellule tumorali non sono più in grado di crescere e di prolificare, ma non si possono formare nuovi vasi sanguigni che alimentano il tumore. Venendo in questo modo a mancare l’apporto di ossigeno e di nutrienti, il tumore ‘si affama’, e di conseguenza si restringe o quanto meno smette di crescere.

L'ibritumomab e il rituximab si legano alla proteina CD20, che è presente sulla superficie dei linfociti B, anche di quelli anormali, ossia maligni. Gli anticorpi monoclonali aggrediscono i linfociti B normali e anormali.
Il radioisotopo associato all’ibritumomab eroga una radiazione talmente forte da distruggere le cellule neoplastiche e, purtroppo, in grado di compromettere anche le cellule sane.
Man mano che l’ibritumomab si diffonde in circolo, riconosce e attacca la proteina CD20. Quindi entra in funzione il radioisotopo, che neutralizza o elimina i linfociti B. Come già ricordato, l’ibritumomab agisce sui linfociti B normali e maligni, ma il nostro organismo è in grado di sostituire rapidamente tutti i globuli bianchi compromessi dall’azione del farmaco, quindi il rischio che ciò possa produrre effetti collaterali è molto modesto.

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Che aspetto ha

Zevalin si presenta sotto forma di kit per radiomarcare l'ibritumomab tiuxetano con ittrio-90. Il kit contiene un flaconcino di ibritumomab, un flaconcino di sodio acetato, un flaconcino di soluzione tampone, un flaconcino per reazione vuoto.

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Come si somministra

L’ibritumomab si somministra come trattamento una tantum e non sotto forma di cicli periodici. Il trattamento si articola in due sedute, distanziate tra loro di circa una settimana, in cui si somministrano prima il rituximab e poi l’ibritumomab.

Il rituximab si somministra il primo giorno per ridurre il numero dei linfociti B sani, allo scopo di impedire all’ibritumomab di legarsi con le cellule sane, provocandone la morte. Il rituximab si somministra per infusione in vena (somministrazione goccia a goccia), lentamente, di solito nell’arco di qualche ora. Prima della terapia con il rituximab si somministrano cortisone e anti-istaminici per ridurre il rischio di reazione allergica.

Dopo una settimana si somministra una seconda infusione di rituximab. Entro quattro ore da questa somministrazione sarete sottoposti al trattamento con l’ibritumomab presso il reparto di medicina nucleare o di radioterapia. Anche in questo caso la somministrazione è per infusione in vena (somministrazione goccia a goccia) e richiede all’incirca 10 minuti.

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Potenziali effetti collaterali

Le reazioni ai farmaci variano da individuo a individuo: alcuni pazienti accusano pochissimi effetti collaterali, altri, invece, devono sopportare conseguenze più pesanti. Non necessariamente gli effetti collaterali descritti nel Profilo Farmacologico colpiranno tutti coloro che si sottopongono al trattamento con l’ibritumomab.

Il Profilo Farmacologico prende in considerazione gli effetti collaterali più comuni e anche i meno frequenti in modo che siate preparati qualora dovessero verificarsi. Sono stati, invece, tralasciati gli effetti collaterali molto rari, ossia quelli che molto difficilmente accuserete. Qualora avvertiate qualunque effetto che ritenete possa essere connesso con l’assunzione del farmaco, ma che non è citato nel Profilo Farmacologico, parlatene con l’oncologo che vi ha in cura.

Effetti collaterali immediati

Durante la terapia, alcuni pazienti hanno riferito la comparsa di mancanza di respiro; rossore al volto; tosse; brividi; irritazione della gola; febbre; cefalea; nausea, vomito; mal di stomaco; mal di schiena; vertigini e eritema (rash).
Qualora avvertiate qualunque sintomo durante la somministrazione della terapia, informate immediatamente l’oncologo o l’infermiere. Potrebbe trattarsi, infatti, di una reazione allergica, che richiede un intervento tempestivo.

Effetti collaterali comuni

Temporanea riduzione della produzione di cellule ematiche da parte del midollo osseo. La diminuzione dei globuli rossi provoca la diminuzione dell’emoglobina e quindi l’anemia, che si manifesta principalmente con sensazione di spossatezza fisica; la diminuzione dei globuli bianchi facilita l’insorgere di infezioni, il cui segno è la febbre, di solito con brivido; la diminuzione delle piastrine provoca ecchimosi, ossia lividi, o emorragie. La ridotta funzionalità del midollo osseo può manifestarsi circa sette giorni dopo la somministrazione del farmaco, raggiungendo usualmente i valori minimi 10-14 giorni dopo la chemioterapia. Quindi il conteggio delle cellule ematiche ricomincia a salire costantemente e di solito si normalizza entro 21-28 giorni.

Il conteggio delle cellule ematiche diminuisce in funzione della dose di chemioterapico e dell’impiego di uno solo o più farmaci. Se la chemioterapia prevede l’associazione di più chemioterapici, la probabilità di andare incontro a una diminuzione delle cellule ematiche è più alta. Per questo sarete sottoposti a esami periodici del sangue per controllare la funzionalità del midollo osseo. Qualora si riscontri una netta diminuzione del conteggio delle cellule ematiche, l’oncologo potrebbe decidere di rinviare la somministrazione di qualche giorno per permettere il recupero della funzionalità del midollo osseo.

Se la temperatura sale oltre 38° C o se sviluppate ecchimosi o emorragie senza apparente motivo, mettetevi subito in contatto con l’oncologo o con l’ospedale.

Tendenza ai lividi e al sanguinamento. Dipende dalla ridotta produzione di piastrine, che favoriscono la coagulazione. Informate l’oncologo se compaiono lividi o piccole emorragie di cui ignorate la causa.

Sintomi simil-influenzali. Comprendono febbre, brividi, mal di testa e dolori muscolari. Possono insorgere a distanza di molte ore dalla somministrazione della terapia, ma non durano a lungo. Può essere utile assumere un antiinfiammatorio (ad esempio tachipirina).

Nausea e vomito. Nonostante vengano somministrati sempre, assieme alla chemioterapia, farmaci molto efficaci, detti antiemetici, per prevenire o ridurre sensibilmente la nausea e il vomito, questi possono insorgere ugualmente, in un intervallo che va da poche ore dopo il trattamento sino ai giorni seguenti, e possono durare anche per alcuni giorni. Se la nausea non è controllabile o persiste, informate l’oncologo, che non esiterà a prescrivervi un altro antiemetico più efficace.

Per approfondire

Maggiori informazioni sui problemi nutrizionali sono disponibili su La nutrizione nel malato oncologico e su Neoplasia e perdita di peso - Che cosa fare?  

Diarrea. Se si presenta, è in forma lieve (una-due scariche al giorno); raramente è severa. Può essere controllata facilmente con i comuni farmaci antidiarroici. Se si presentasse in forma severa, potrebbe essere necessario sospendere il trattamento o ridurre le dosi della chemioterapia. In ogni caso, è necessario bere molto per reintegrare i liquidi perduti.

Perdita dell’appetito (inappetenza). Se non avete voglia di mangiare, è sempre bene consultare l’oncologo/il dietista dell’ospedale.

Stipsi. È opportuno bere molto, seguire una dieta ad alto contenuto di fibre e talvolta ricorrere ai lassativi.

Eritema e aumento della sudorazione. L’ibritumomab può causare la comparsa di un eritema cutaneo, che può dare prurito, e l’incremento della sudorazione. Informate l’oncologo se notate questi sintomi.

Dolori articolari e muscolari. L’ibritumomab può provocare questi disturbi, solitamente di lieve entità; è sufficiente assumere analgesici.

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Ulteriori informazioni

Dopo il trattamento con l’ibritumomab è necessario adottare opportune precauzioni, perché tracce di radioattività possono rimanere nell’organismo e nei liquidi organici (sangue, feci, urine e saliva) per i primi tempi successivi alla sua conclusione. Pertanto, per sette giorni dopo la terapia è importante lavarsi le mani con cura dopo essere andati al bagno ed eliminare subito qualunque eventuale traccia di stravaso. È altresì bene usare il profilattico. Queste precauzioni consentono di minimizzare l’esposizione alle radiazioni per tutti coloro che vi sono vicini.
Si consiglia alle donne di evitare la gravidanza per i primi dodici mesi dopo il trattamento.

Durante la terapia con l’ibritumomab alcuni farmaci dovrebbero essere assunti solo sotto rigorosa sorveglianza da parte del medico; rientrano tra questi gli anticoagulanti, l’aspirina e l’ibuprofene.

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Letture consigliate

- La Collana del Girasole: La chemioterapia, La nutrizione nel malato oncologico


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AIMaC è grata alla Divisione di Oncologia Medica dell'Ospedale Sacro Cuore Don Calabria - Negrar (VR) e in particolare ai Dott. Gianluigi Lunardi, Vincenzo Picece, Marco Venturini e a Francesca Coati; all’Istituto Regina Elena di Roma e in particolare alle Dott. Antonia Marina La Malfa e Antonietta Coratti per la revisione critica del testo.   

Ultima revisione: settembre 2010
Titolo originale: Ibritumomab (Zevalin®)

Letto 7773 volte Ultima modifica il Martedì, 02 Dicembre 2014
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