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Da stampa tv e web
26 Luglio 2010
Corriere della Sera del 25/07/2010
Il dottor Arbore e la sua dose efficace di clarinetto
Un gruppo di cantanti e attori di prima grandezza si esibisce nei reparti di oncologia degli ospedali italiani

di Donatella Barus
Come ogni mercoledì pomeriggio, l’ atrio in Oncologia, quarto piano, è pieno di gente. In coda per le visite? No, per lo spettacolo che sta per cominciare. Succede da qualche anno all’ ospedale di Carrara: 5 stagioni e oltre 70 concerti con nomi di tutto rispetto: Stefano Bollani, Enrico Dindo, Renzo Arbore, Paola Turci, solo per citarne alcuni. Diversi artisti ci hanno preso gusto e, insieme a medici e volontari, hanno creato la rete dei «Donatori di Musica». «Perché - come disse Gian Andrea Lodovici, critico musicale e produttore discografico, che nel reparto di Carrara ha combattuto la sua ultima battaglia contro il tumore - la grande musica divenga sempre più strumento di aiuto alle cure nei reparti di oncologia». È nato con questo auspicio, nel 2009, il progetto Donatori di Musica, che vede medici, musicisti e volontari adoperarsi per realizzare concerti negli ospedali e che ha coinvolto, oltre a Carrara, Reggio Emilia, Bolzano, Sondrio, Verona (ospedale San Bonifacio) e Roma (San Camillo). Si aggiungerà Le Molinette di Torino.

Nella sala della Musica dell’ ospedale di Carrara, intitolata a Lodovici , si sono avvicendati volti noti della musica «leggera», come Renzo Arbore, piombato lì con Mariangela Melato, Elio (delle Storie Tese), o come Paola Turci, che raccomanda: «Cantare fa bene e anche se siete stonati fatelo, che state meglio». Ma non sono mancati anche interpreti di prima grandezza della musica «seria» come Enrico Dindo, per 11 anni primo violoncellista alla Scala, o autori come Moni Ovadia, o, ancora, comici come Dario Vergassola, che ha sottolineato: «Ho avuto conferma di quel che già sospettavo e cioè che dai il peggio di te quando stai bene, ma quando stai male dai il meglio di te». Appuntamento quindi all’ ospedale di Carrara mercoledì con gli ospiti d’ eccezione, ma anche tutti i lunedì per il tea-time, quando il primario di oncologia, Maurizio Cantore e il dottor Andrea Mambrini suonano e stanno con i malati. «Siamo arrivati insieme io e lui, da Mantova, dell’ estate del 2003 - racconta Cantore -. E a dicembre c’ era già un pianoforte in ospedale. È il nostro juke-box. Lunedì pomeriggio alle 16, se venite vedete i malati che cantano prendendo il tè. È in quei momenti che vengono fuori i veri dolori nascosti». E non sono dolori da poco: all’ ospedale di Carrara giungono pazienti da tutta Italia, spesso per sottoporsi a terapie locoregionali per tumori del pancreas e delle vie biliari. Quanta voglia hanno di sorridere, di stare con gli altri, di ascoltare musica? Non è sempre facile. «Il nostro primo obiettivo resta curare il tumore e lo facciamo con quanto di meglio la medicina e la tecnologia odierna consentono - risponde Maurizio Cantore -. Ma da noi arrivano persone che non coniugano più i verbi al futuro. Vogliamo prendercene cura, scuoterli. Spesso dico loro: che non siano questi tre o quattro etti di malattia a cancellare 70 chili di persona vitale».

I malati all’ inizio sono spesso titubanti. Come Ugo di Pordenone: «Dico la verità, all’ inizio partecipavo solo per far contento il primario. Poi però ho iniziato a sentirmi meglio, a dormire più serenamente». Una donna di 50 anni, racconta il dottor Cantore: «è arrivata in ambulatorio, con un tumore alla mammella. Era il giorno del concerto di Paola Turci, si è messa in un angolo a guardare. È tornata per sentire Vergassola, 48 ore esatte prima di iniziare la chemioterapia ha voluto essere lì con noi». E allora perché non fare della musica una medicina? «Vorremmo che diventasse un metodo: la musica, come qualunque altro intervento che riduca l’ isolamento del malato in terapia e lo coinvolga in emozioni vitali. Significa usare meno ansiolitici, meno antidolorifici, avere pazienti attivi al tuo fianco nel cammino terapeutico. Irreale? Può darsi. Ma è un’ irrealtà che da noi si ripete tutti i mercoledì» conclude Cantore.  
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